Michele Cappadona, AGCI: «Da quasi dieci anni si moltiplicano incentivi, crediti d’imposta e nuovi contenitori normativi. Ma i divari della Sicilia restano. Il paradosso è che mentre si dilata, fino quasi a cancellarlo, il concetto stesso di Zona economica “speciale”, rimangono inutilizzati strumenti nati esattamente per intervenire nei territori più fragili: le cooperative di comunità».
ZES snaturate e potenzialità delle cooperative di comunità inutilizzate. C’è una contraddizione evidente nella politica italiana degli incentivi territoriali. Una Zona economica speciale, per definizione, dovrebbe essere appunto speciale perché delimitata, selezionata su un territorio particolare nel quale conviene concentrare vantaggi fiscali, semplificazioni e investimenti per produrre un effetto economico superiore a quello ottenibile distribuendo le stesse risorse indistintamente. In Italia il governo nazionale ha fatto il contrario.
In mancanza di una legge nazionale, in Sicilia le cooperative di comunità sono state introdotte con la legge 25/2018 come imprese che agiscono valorizzando le competenze della popolazione residente, le tradizioni culturali e le risorse territoriali, e perseguono lo scopo di soddisfare i bisogni della comunità locale migliorandone le qualità sociali ed economiche di vita attraverso lo svolgimento di attività economiche per lo sviluppo sostenibile, finalizzate alla produzione di beni e servizi, al recupero di beni ambientali e monumentali ed alla creazione di opportunità di lavoro per la comunità stessa.
Era infatti questa l’impostazione coerente a quella originaria delle ZES introdotte nel 2017: «zone geograficamente delimitate e chiaramente identificate», collegate funzionalmente anche ad aree portuali e infrastrutture strategiche.
Dal 1° gennaio 2024 le otto ZES meridionali sono state invece sostituite dalla ZES Unica, comprendente integralmente Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna. E dal novembre 2025 sono entrate anche Marche e Umbria. Dieci intere regioni.

«La domanda è inevitabile: quando tutto diventa speciale, che cosa resta di speciale?» È il dubbio che solleva Michele Cappadona, presidente dell’Associazione Generale delle Cooperative Italiane-AGCI Sicilia. «Non è in discussione l’utilità di procedure ovunque più rapide o politiche attrattive come un credito d’imposta per chi investe. Il problema è confondere una politica generale di incentivazione con una politica territoriale selettiva. Allargando enormemente l’area agevolata aumenta la concorrenza interna tra territori profondamente diversi per infrastrutture, servizi, accessibilità, mercati e capacità amministrativa. E il rischio è perfino paradossale: a parità di incentivo fiscale l’investitore può scegliere proprio il territorio già meglio attrezzato, anziché quello che avrebbe maggiore necessità di essere rilanciato».
Per la Sicilia questo problema è tutt’altro che teorico. Non sarebbe corretto sostenere che l’economia siciliana non cresca affatto: nel 2025 la Banca d’Italia ha stimato un incremento dell’attività economica dello 0,6%. Ma dopo anni di incentivi nazionali, fondi europei, politiche di coesione, ZES, PNRR e crediti d’imposta, non si vede ancora quel processo di convergenza strutturale che dovrebbe essere il vero metro di giudizio delle politiche straordinarie per il Mezzogiorno. La stessa Banca d’Italia continua a rilevare condizioni demografiche sfavorevoli e un livello di benessere in Sicilia inferiore alla media nazionale.
«Ed è qui che emerge l’altro paradosso», continua Cappadona. «Mentre si rende gigantesca e non più speciale la ZES Unica, rimane ai margini uno strumento che nasce esattamente dalla dimensione locale: la cooperativa di comunità. La Sicilia possiede addirittura dal 2018 una propria legge, la n.25, che individua queste cooperative come strumento per sostenere sviluppo economico, coesione e solidarietà sociale nei territori maggiormente esposti a spopolamento e disagio. Cooperative costituite dagli stessi abitanti per produrre servizi, creare lavoro, recuperare beni ambientali e monumentali e valorizzare risorse e competenze locali.In altre parole, esattamente ciò di cui hanno bisogno decine di piccoli comuni siciliani».
Eppure quella legge regionale del 2018 sembra rappresentare emblematicamente un difetto ormai cronico della politica economica regionale: si approva la norma e poi si dimentica di farla funzionare. Il decreto assessoriale per disciplinare il Registro regionale arrivò nel novembre 2019. Successivamente AGCI Sicilia ha denunciato sia la mancata iscrizione delle cooperative nel Registro sia l’assenza di disposizioni necessarie a rendere concretamente disponibili misure economiche specifiche di sostegno.
«Il paradosso diventa ancora maggiore leggendo il nuovo Piano d’azione nazionale per l’economia sociale», commenta Cappadona. «Il documento riconosce nella cooperazione di comunità una delle esperienze più interessanti per contrastare spopolamento e desertificazione delle aree interne e propone una legge nazionale, un regime fiscale specifico, l’utilizzo della disciplina europea sugli aiuti e sui servizi di interesse economico generale e persino la costituzione di ZES territoriali nelle aree a rischio spopolamento. Una sorta di ritorno al principio originario: incentivi speciali, ma davvero concentrati nei luoghi che ne hanno bisogno. Peccato che, ancora una volta, siamo prevalentemente nel campo delle intenzioni. Il Consiglio dei ministri del 2 luglio 2026 ha esaminato sul Piano soltanto un’informativa. Le principali innovazioni fiscali e normative devono ancora essere trasformate in norme operative».
E intanto in Parlamento è ancora arenato un percorso cominciato più di dieci anni fa. Dopo i tentativi delle legislature precedenti e il DDL sulle imprese sociali di comunità decaduto nel 2022, nella legislatura attuale in Senato è stato presentato il 2022 del DDL n.59, specificamente dedicato alle cooperative di comunità: assegnato alla Commissione competente nel giugno 2024, a settembre 2026 l’esame non risulta ancora iniziato. Alla Camera giace inoltre la proposta n.1428 sulle imprese sociali di comunità.
«La Sicilia dovrebbe allora chiedere una radicale inversione di metodo. Non altre roboanti sigle, non altri annunci e non incentivi distribuiti indiscriminatamente su territori immensi. Servono politiche capaci di individuare i luoghi nei quali il mercato arretra, i servizi scompaiono, i giovani emigrano e il patrimonio pubblico o privato resta inutilizzato, dichiata Cappadona. «Lì possono essere concentrate fiscalità di vantaggio, semplificazioni, credito, infrastrutture e strumenti europei. E lì le cooperative di comunità possono trasformare gli abitanti da destinatari passivi di sussidi in produttori di lavoro, servizi, energia, welfare, turismo, cultura e presidio del territorio».

Sul tema delle cooperative di comunità il Piano d'azione Nazionale per l'Economia Sociale si incrocia con la Strategia Nazionale Aree Interne - SNAI e l’istituzione di Zone Economiche Speciali (ZES) territoriali: micro-ZES nei territori depressi e a rischio spopolamento, consentendo alle imprese ad impatto sociale di beneficiare di condizioni speciali e crediti d'imposta per gli investimenti.
Le cooperative di comunità nascono proprio per rispondere al fallimento del mercato tradizionale in queste zone svantaggiate. Laddove le imprese for-profit chiudono per mancanza di margini di profitto (fenomeno della desertificazione commerciale e bancaria), i cittadini si associano per produrre autonomamente i servizi di cui hanno bisogno. L'art. 6 della Legge Regionale Siciliana n. 25/2018 permette ai Comuni e agli Enti locali siciliani di affidare o gestire in convenzione con le cooperative di comunità funzioni e servizi di interesse generale, valorizzando le competenze e la conoscenza diretta del territorio da parte dei cittadini residenti, basandosi sul principio della sussidiarietà orizzontale di cui all’art. 118 della Costituzione. A otto anni di distanza però la Regione non è mai intervenuta per promuovere l’applicazione di questa norma.
Intanto la giunta ha stanziato i primi 10 milioni di euro di risorse regionali per avviare l’attuazione della Super Zes siciliana e integrare il credito d’imposta riconosciuto alle imprese che nel 2025 hanno realizzato investimenti in Sicilia nell’ambito della Zes unica. Ma ne servono almeno altri 200 milioni per accontentare le richieste di investimenti per l'Isola,
«La Sicilia non ha bisogno di essere dichiarata tutta “speciale” sulla carta», conclude Cappadona. «Ha bisogno, in attesa delle misure nazionali in così forte ritardo, che trovino applicazione gli adeguati strumenti di sviluppo esistenti e diventino realmente speciali gli interventi nei territori che rischiano di non avere più un futuro».
Credits: AltraSicilia

















































