Michele Cappadona, AGCI Sicilia: «Torna l’emergenza incendi, che si aggiunge alla già gravissima crisi dei settori vino e cereali. L’agricoltura siciliana è un patrimonio indentitario inestimabile, che viene colpito e soffre gravemente per criticità storiche, ricorrenti e prevedibili. I coltivatori chiedono alla Regione non soltanto sostegni immediati per la loro sopravvivenza, ma un sistema resiliente di strategie e programmazione per difendere l’esistenza di un comparto essenziale, ricchissimo di eccellenze produttive agroalimentari insostituibili, uniche al mondo. Applicare sempre e solo la logica del pronto soccorso non risolve ma moltiplica le difficoltà delle imprese agricole».
La giunta regionale ha appena approvato la dichiarazione dello stato di crisi e di emergenza regionale per la durata di un anno. Il provvedimento, predisposto dal capo della Protezione civile Salvo Cocina, nasce dalla necessità di sostenere i Comuni siciliani, in particolare quelli delle aree interne, duramente colpiti dagli incendi divampati a luglio e nei primi dieci giorni di agosto. Le alte temperature e le condizioni sfavorevoli del vento hanno favorito la propagazione delle fiamme. Ingenti le conseguenze per il patrimonio boschivo e per le attività produttive, agricole e industriali. Gli incendi in diversi casi hanno raggiunto anche zone urbanizzate, provocando danni agli edifici e rendendo necessaria l’evacuazione temporanea di centinaia di persone.
Gli incendi estivi che colpiscono periodicamente la Sicilia hanno raggiunto livelli di gravità estrema, devastando decine di migliaia di ettari di territorio e mettendo in ginocchio centinaia di aziende agricole con danni complessivi alle produzioni e al territorio stimati in centinaia di milioni di euro.
Fiamme e temperature record negli ultimi giorni hanno distrutto i raccolti, incenendo vigneti, oliveti, agrumeti e intere coltivazioni stagionali, compromettendo la produzione locale. Il fuoco ha causato la perdita di pascoli e foraggio, ha distrutto le scorte di fieno lasciando gli allevamenti senza cibo e costringendo gli agricoltori a spese straordinarie per la sopravvivenza degli animali. Le zone interne e montane - come i Monti Sicani (tra Santo Stefano Quisquina e Bivona), il Palermitano e la fascia etnea - registrano le situazioni più critiche, con centinaia di ettari andati in fumo in poche ore.
«Le conseguenze dell’emergenza incendi, cronaca di una morte annunciata per le imprese agricole siciliane», commenta Michele Cappadona, presidente dell’Associazione Generale delle Cooperative Italiane-AGCI Sicilia, «sono disastrose sia dal punto di vista economico che ambientale: un gravissimo colpo all'economia rurale locale che si accompagna all’aumento del dissesto idrogeologico. Molte imprese agricole vedono svanire anni di investimenti e fatiche in un solo rogo, con la perdita di macchinari, serre, depositi e fabbricati rurali. La distruzione della vegetazione e della macchia mediterranea espone i suoli agricoli a un più alto rischio di erosione, frane e difficoltà di recupero idrico in una regione già provata dalla siccità. La maggior parte dei roghi è di natura dolosa, alimentata da ondate di calore eccezionali e da venti di scirocco che rendono difficili e rischiosi gli interventi di spegnimento.»
La frequenza e l’intensità dei roghi hanno sottoposto a un forte sforzo l’intero sistema impegnato nelle operazioni di spegnimento e nell’assistenza alla popolazione. Dal 15 luglio al 6 agosto sono stati complessivamente 8.059 gli interventi di spegnimento e pattugliamento effettuati in tutta la Sicilia da Vigili del fuoco, Corpo forestale della Regione e Protezione civile.
La Regione ha dichiarato che sarà al fianco dei cittadini e delle imprese che hanno subito danni. Sono già in corso accertamenti puntuali e una quantificazione rigorosa delle perdite, sulla base dei quali valuteremo anche la richiesta dello stato di emergenza nazionale. Il governo regionale ha già approvato in giunta un primo pacchetto di interventi da 25 milioni di euro per contrastare gli effetti degli incendi, di cui 15 milioni destinati agli interventi di Protezione civile e 10 milioni ai ristori per i danni alle imprese agricole.
«Di fronte all'emergenza climatica e all'impatto devastante di siccità, gelate e alluvioni che negli ultimi anni hanno messo a dura prova le produzioni dell'Isola, dichiara l’assessore all’Agricoltura, Luca Sammartino, abbiamo deciso di agire con concretezza, avviando il "Progetto Sicilia - Agricoltura Protetta". Grazie all'intesa che la Regione ha stretto con istituti assicurativi mettiamo a disposizione 4 milioni di euro di fondi regionali previsti dalla Legge di Stabilità per sostenere in modo diretto le imprese agricole». «Grazie all'integrazione tra risorse della Regione e dell'Unione europea - aggiunge Sammartino - gli agricoltori siciliani potranno beneficiare dell'abbattimento fino al 70 per cento dei costi delle polizze agevolate contro i rischi catastrofali, oltre a una copertura che può raggiungere il 100 per cento per le polizze integrative. Il piano garantisce una protezione capillare per i principali comparti produttivi, dagli agrumi ai cereali, dalla frutta all'olivo e alla vite, ed è operativo per la campagna invernale 2026/2027, con adesioni aperte fino al 31 ottobre per le colture autunno-invernali».
«Gli interventi avviati per fronteggiare l’emergenza del comparto agricolo, sono contenuti in due ddl già presentati all’ARS», spiega Cappadona. «Il primo è il disegno di legge 1171, del 1° luglio 2026, “Interventi per il sostegno, la tutela e la valorizzazione della filiera del grano duro siciliano”, che prevede 100 milioni di contributi. Le misure previste comportano uno stanziamento complessivo di 100 milioni di euro nel triennio 2026-2028, articolato in euro 50 milioni per l'anno 2026, destinati a interventi straordinari di ristoro, euro 30 milioni per l'anno 2027 ed euro 20 milioni per l'anno 2028 destinati agli interventi strutturali di rafforzamento della filiera».
Tra le principali criticità emerge la diffusione del sistema del cosiddetto "prezzo a chiamare", che induce numerosi produttori a trattenere il grano nei magazzini in attesa di condizioni di mercato ritenute più favorevoli e favorisce il ricorso alle importazioni di cereali dall'estero. Quando i produttori decidono infine di vendere tutti insieme, la concentrazione improvvisa delle vendite finisce per deprimere ulteriormente i prezzi sul mercato, penalizzando i redditi agricoli con il crollo dei listini. A ciò si aggiungono l'incremento dei costi di produzione (a causa degli eventi bellici), la crescente volatilità dei mercati internazionali, la concorrenza delle produzioni estere, le difficoltà di accesso al credito e gli effetti dei cambiamenti climatici, che hanno ulteriormente aggravato la situazione economica delle imprese cerealicole siciliane.
L’Italia dipende dall’estero per quasi la metà del grano duro che trasforma in pasta e questa dipendenza cresce ogni anno, con margini in contrazione per i cerealicoltori, molti dei quali operano addirittura in perdita. Vendere il grano siciliano a meno di 20 centesimi al chilo (circa 19-22 euro al quintale) significa infatti lavorare in netta e insostenibile perdita per gli agricoltori, quando produrre un chilo di grano costa mediamente più di 30-32 centesimi (oltre 318 euro a tonnellata o 1.000-1.200 euro a ettaro), considerando le spese per gasolio, sementi e fertilizzanti. Il ddl 1171 prevede un insieme organico “di misure straordinarie e strutturali, volte a garantire un adeguato sostegno al reddito degli imprenditori agricoli, a rafforzare l'integrazione della filiera, a valorizzare la qualità certificata del grano duro siciliano e a promuovere un modello di sviluppo fondato sulla sostenibilità, sulla sicurezza alimentare e sulla valorizzazione delle produzioni territoriali. Il disegno di legge si pone, altresì, l'obiettivo di riaffermare il ruolo strategico della Sicilia nel settore cerealicolo nazionale ed europeo, promuovendo politiche capaci di incrementare il valore aggiunto delle produzioni regionali, favorire l'occupazione nelle aree rurali e rafforzare la sovranità alimentare regionale”, cioè che il controllo della filiera resti nelle mani delle comunità locali siciliane.
Il ddl approvato dalla Giunta regionale con Deliberazione n. 319 del 6 agosto 2026, la cosiddetta “Manovrina” di bilancio, contiene all’art. 8 ”Disposizioni di spesa in materia di agricoltura, sviluppo rurale e pesca”, dove sono previsti 150.000 euro di spesa per “interventi di parte corrente" e altri 150.000 euro per ”interventi di investimento”. Nello specifico, “la dotazione prevista è finalizzata a dare copertura alla partecipazione/ compartecipazione della Regione a specifici programmi ministeriali, unionali o interregionali (distinti da quelli riconducibili alle programmazioni PSP-PAC e FEAMPA), nonché per le eventuali occorrenze funzionali all’implementazione di interventi nel settore agricolo, agroalimentare, forestale e della pesca/acquacoltura previsti dalla legislazione regionale (ad esempio acquisizione di piattaforme e servizi informatici per consentire l’accesso dei beneficiari e la gestione delle istanze)”.
«Non c’è però nella “Manovrina” un’indicazione precisa di come verranno effettivamente destinate le risorse destinate ad agricoltura e pesca, che comunque sono limitate complessivamente a 300mila euro», osserva Michele Cappadona.
«Per quanto riguarda il settore della pesca, i recenti provvedimenti sono molto lontani dalle richieste e dalle esigenze rappresentate da imprese ittiche e pescatori. Sono stati annunciati con molta enfasi sia la disposizione approvata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 4 agosto, che rifinanzia con 3 milioni di euro per il 2026 il Fondo di solidarietà nazionale della pesca e dell’acquacoltura, sia il provvedimento della Regione Siciliana che, con decreto dirigenziale del 22 luglio 2026, ha stanziato complessivamente 3,2 milioni di euro per il ristoro dei danni provocati dal ciclone Harry tra il 19 e il 21 gennaio 2026, utilizzando risorse del bilancio regionale. Questo a fronte delle stime delle associazioni di categoria di danni superiori ai 28 milioni di euro nel periodo compreso tra dicembre 2025 e i primi sei mesi del 2026, determinati dalle avverse condizioni climatiche e dall’impennata del costo del carburante. Le cifre appostate sono largamente insufficienti per fronteggiare una crisi di settore che ha dimensioni molto più ampie».
«Per quanto riguarda la crisi del settore vitivinicolo - continua Cappadona - preoccupano i numeri delle giacenze: nelle cantine sociali siciliane risultano infatti stoccati circa 2 milioni e 700 mila ettolitri di vino, una quantità che rischia di compromettere l'avvio della prossima campagna vendemmiale e di mettere in seria difficoltà migliaia di produttori. Da tempo AGCI Sicilia e altre associazioni di categoria hanno chiesto l'attivazione della distillazione di crisi, misura straordinaria che consentirebbe di alleggerire le giacenze e restituire capacità produttiva alle aziende. Se non si svuotano i serbatoi con il contenuto della scorsa vendemmia, gli agricoltori rischiano di non poter conferire e vendere l'uva che è già pronta per essere raccolta.
AGCI Sicilia ha segnalato che le criticità, gli stati di crisi, le emergenze che colpiscono il settore agricolo non sono affatto straordinarie ma ricorrenti e ordinarie. Gli incendi sono un fenomeno previsto che va contenuto e gestito con interventi programmati. La siccità va contrastata con adeguati bacini di raccolta delle acque e con una rete irrigua efficiente. La politica di tutela dei prodotti agricoli siciliani deve essere efficace e all’altezza delle nostre eccellenze e tipicità. Il nostro grano duro ha bisogno della creazione, sviluppo e sostegno di un robusto tessuto di imprese di trasformazione, essendo troppo elevati i costi di trasporto verso i pastifici al di fuori dell’Isola. La valorizzazione delle produzioni vitivinicole deve prevedere resilienza e programmazione e non trovarsi a subire ogni tipo di criticità in assenza di un quadro di strategie preventive e risorse. In una Regione priva di manifatturiero, le filiere dell’agroalimentare sono una risorsa troppo importante e preziosa per essere trascurata. Occorre un sempre maggiore dialogo tra imprese agricole e amministrazione regionale, e ad un maggiore ascolto delle associazioni di categoria deve corrispondere la capacità di esprimere la massima velocità di intervento - conclude Cappadona -. La qualità eccezionale della produzione agroalimentare siciliana merita di sopravvivere».
Credits: AltraSicilia

















































