Michele Cappadona: «La Zes nazionale, il tradimento di un’idea nata per il Sud. La Regione avvia con 10 milioni l’integrazione del credito d’imposta della Super Zes siciliana. Per AGCI Sicilia è positivo il sostegno alle imprese, ma l’annuncio del governo Meloni dell’estensione del modello Zes all’intero Paese, diluendo le risorse cancellerebbe il vantaggio competitivo del Sud, trasformando una politica territoriale mirata e strategica in un piatto incentivo generalizzato».
La Regione Siciliana ha stanziato i primi 10 milioni di euro per integrare il credito d’imposta riconosciuto alle imprese che nel 2025 hanno realizzato investimenti nell’Isola nell’ambito della Zes unica. È il primo passo operativo della cosiddetta “Super Zes siciliana”: una misura che punta a elevare l’agevolazione fino al massimo consentito dalla Carta degli aiuti a finalità regionale 2022-2027.
La delibera, approvata dalla Giunta Schifani su proposta dell’assessore all’Economia Alessandro Dagnino, prevede adesso la stipula di una convenzione tra il dipartimento regionale delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate. Ai 10 milioni iniziali dovrebbero aggiungersi, secondo le intenzioni annunciate dal governo regionale, ulteriori 200 milioni di risorse extraregionali. Un intervento necessario, dopo che nel 2025 circa 210 milioni di credito d’imposta richiesto dalle imprese siciliane erano rimasti senza copertura.
«Il sostegno regionale rappresenta in sé un segnale positivo», commenta Michele Cappadona, presidente dell’Associazione Generale delle Cooperative Italiane-AGCI Sicilia. «Ma non basta a dissipare le forti perplessità dell’AGCI Sicilia sulla strategia complessiva seguita dal governo nazionale. Al centro delle preoccupazioni, dopo che la Legge di Bilancio 2026 ha mantenuto la possibilità di compensare il credito di imposta con i contributi Inps e Inail, vi è la proposta del governo Meloni di estendere almeno una parte del modello della Zes unica all’intero territorio nazionale, trasformandolo in quella che viene già definita, informalmente, “Zes Italia” o “Zes unica nazionale”».
«Il problema non consiste nel negare alle imprese del Centro-Nord procedure amministrative più rapide», spiega Cappadona. «La semplificazione burocratica dovrebbe essere un obiettivo ordinario dello Stato, valido in tutta Italia. Il punto è un altro: utilizzare la stessa denominazione e, soprattutto, estendere indistintamente gli incentivi economici e fiscali significherebbe cancellare la funzione riequilibratrice per la quale la Zes è stata istituita».
«Se il vantaggio è per tutti, non corregge più alcun divario», continua Cappadona. «La Zes nasce da un principio economico assimilabile alla “discriminazione positiva”: attribuire condizioni di vantaggio a un territorio strutturalmente svantaggiato per consentirgli di recuperare almeno una parte della distanza accumulata rispetto alle aree più forti. Non si tratta di un privilegio, ma di uno strumento correttivo.
Se gli stessi benefici vengono riconosciuti alle imprese che operano nelle regioni economicamente più avanzate, dotate di infrastrutture migliori, mercati più vicini, servizi logistici efficienti e maggiore accesso al credito, il vantaggio relativo del Mezzogiorno scompare. Le imprese meridionali continuerebbero a sopportare costi e diseconomie superiori, ma non disporrebbero più di un trattamento differenziato capace di compensarli».
È il pericolo segnalato anche dal direttore generale della SVIMEZ, Luca Bianchi, secondo il quale l’estensione della Zes alle regioni settentrionali costituirebbe un grave errore strategico, perché indebolirebbe il vantaggio competitivo attribuito al Mezzogiorno. La preoccupazione è ancora più fondata se si considera che le risorse pubbliche non sono illimitate: ampliare enormemente la platea dei beneficiari comporta inevitabilmente il rischio di ridurre l’intensità degli aiuti o di finanziare soltanto una parte delle domande ammissibili.
L’esperienza siciliana lo dimostra. Nel 2025 le imprese dell’Isola hanno richiesto oltre 830 milioni di euro di credito d’imposta. La prima copertura nazionale si è fermata al 60,38 per cento e, anche dopo un’integrazione statale, sono rimasti scoperti investimenti ammissibili per circa 210 milioni. Se le risorse si sono rivelate insufficienti per le sole regioni meridionali, appare difficile sostenere che lo stesso regime possa essere esteso all’intera Italia senza produrre una gigantesca dispersione finanziaria.
«Si è passati dall’individuazione di precise zone strategiche all’incentivo a pioggia», osserva Cappadona. «Le Zone economiche speciali che hanno avuto successo nel mondo sono territori delimitati, selezionati secondo una precisa strategia industriale e geopolitica. Sono collocate generalmente attorno a porti commerciali, retroporti, aeroporti, ferrovie, autostrade e piattaforme logistiche capaci di garantire collegamenti rapidi con i mercati internazionali. Alle infrastrutture si accompagnano procedure amministrative accelerate, regimi fiscali e doganali favorevoli, servizi efficienti, certezza dei tempi e presidi di sicurezza e legalità.
Anche la disciplina italiana originaria del 2017 collegava le Zes ad aree geograficamente delimitate comprendenti almeno un porto connesso alla rete transeuropea dei trasporti TEN-T. La successiva Zes unica del Mezzogiorno, istituita dal decreto-legge n. 124 del 2023, ha già ampliato enormemente quel perimetro, sostituendo le precedenti otto Zes con una struttura centralizzata estesa a tutte le regioni meridionali».
Secondo l’AGCI Sicilia, questo primo allargamento ha già indebolito la logica dello strumento: le otto precedenti Zes occupavano complessivamente 239,81 chilometri quadrati; la Zes unica è arrivata a comprendere oltre 123 mila chilometri quadrati. Estendere ora il modello a regioni interne o alpine del Nord completerebbe lo snaturamento. Una strategia nata per fare del Mezzogiorno un hub logistico e manifatturiero del Mediterraneo verrebbe trasformata in un generico programma nazionale di sostegno alla produzione.
«Non è una questione terminologica», precisa Cappadona. «Chiamare “Zes” qualsiasi semplificazione o credito d’imposta destinato a qualunque impresa, ovunque localizzata, rischia di diventare una mistificazione politica: l’apparente estensione di un’opportunità nasconde in realtà la cancellazione della sua finalità originaria».
La “Super Zes siciliana”, definita dall’articolo 4 della legge regionale 5 gennaio 2026, n. 1, che qualifica l’intero territorio regionale come area a burocrazia semplificata e legalità controllata, nasce quindi tra grandi opportunità e forti contraddizioni. La norma consente di introdurre procedure accelerate e regimi amministrativi speciali, escludendo tuttavia i procedimenti paesaggistici, ambientali e urbanistici. La Regione può inoltre esercitare poteri di impulso e, nei casi di inerzia amministrativa, attivare poteri sostitutivi.
«La misura può risultare utile, soprattutto se accompagnata da una piena copertura del credito d’imposta richiesto», continua Cappadona. «Ma, secondo AGCI Sicilia, non deve risolversi nella semplice possibilità per qualsiasi impresa, in qualsiasi luogo dell’Isola, di richiedere un incentivo. Anche la Sicilia, com’è stato originariamente con l’istituzione nel 2020 delle Zes localizzate in zone precise da valorizzare, ha bisogno di selezionare le priorità, concentrare le risorse e progettare insediamenti produttivi realmente attrattivi».
Servono hub intermodali moderni, collegamenti efficienti tra porti, aeroporti, ferrovie e autostrade, reti ad alta capacità per le merci e infrastrutture capaci di connettere le aree produttive ai grandi mercati. Accanto a queste piattaforme logistiche, invece di ampliare indiscriminatamente all’intera Regione la misura, diluendone risorse e impatto, occorre valorizzare altri strumenti territoriali specifici, come le Zone franche montane, destinate alle aree interne economicamente depresse, le Zone franche urbane e altri progetti mirati alle vocazioni locali.
«Resta inoltre aperta la criticità denunciata dall’AGCI Sicilia in relazione alle limitazioni alla compensazione dei crediti fiscali con debiti e versamenti previdenziali e assicurativi». L’articolo 1, comma 116 della Legge n. 199/2025 ha abbassato il limite che determina il blocco della possibilità della compensazione da 100.000 a 50.000 euro di debiti iscritti a ruolo. Il presidente regionale Michele Cappadona ha chiesto che la sottrazione di liquidità prodotta da tali vincoli venga neutralizzata attraverso strumenti sostitutivi. Un credito formalmente riconosciuto, ma difficilmente utilizzabile per sostenere gli esborsi correnti dell’impresa, perde infatti una parte rilevante della propria attrattività. Ma per questo occorre una norma nazionale di deroga che riguardi la Sicilia o l’intero Mezzogiorno.
Il punto politico è quindi netto: sostenere tutte le imprese italiane può essere un obiettivo legittimo, ma non può essere perseguito cancellando gli strumenti destinati a riequilibrare il divario territoriale. La semplificazione amministrativa può e deve diventare nazionale; la politica speciale di sviluppo, invece, deve restare selettiva, adeguatamente finanziata e coerente con le condizioni dei territori.
«La Zes era nata per portare investimenti dove infrastrutture, servizi e opportunità sono più deboli», conclude Cappadona. «Se viene estesa indistintamente anche alle aree già forti, non diventa più inclusiva: cessa semplicemente di essere una politica per il Mezzogiorno. E un incentivo uguale in territori profondamente diseguali non crea parità, ma finisce per consolidare il divario che avrebbe dovuto colmare».
Credits: AltraSicilia

















































